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La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2968/21 depositata l’8 febbraio scorso, ha condannato al licenziamento e al risarcimento del danno l’addetto alla contabilità di uno studio notarile. Il motivo? Un ammanco di cassa a lui imputabile, che gli è costato il posto di lavoro e che l’ha costretto a 120mila euro di risarcimento.

Ammanco di cassa e responsabilità del dipendente – La vicenda

La vicenda ha per protagonista uno studio notarile e l’addetto alla sua contabilità.

Lo studio notarile metteva alle porte il dipendente che da venticinque anni si occupava della contabilità per “violazione degli obblighi contrattuali” e per “la venuta a meno del rapporto di fiducia”, dopo aver constatato un importante ammanco di cassa. Il dipendente si opponeva però al licenziamento, rivolgendosi al Tribunale per “illegittimità del recesso” chiedendo che gli venissero riconosciuti 30mila euro “a titolo di differenze retributive, mensilità aggiuntive, indennità di preavviso e ferie”. Il notaio, dal canto suo, chiedeva il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali causati all’attività ma anche alla sua immagine.

Il dipendente, infatti, non aveva adempiuto ai versamenti fiscali e previdenziali per conto dello studio notarile, pur avendo annotato sul libro cassa i pagamenti come avvenuti e consegnato al commercialista false deleghe di pagamento quietanziate. A causa di tale comportamento, il notaio aveva ricevuto notifica di decreto penale di condanna per omesso versamento all’INPS delle ritenute mensili per i dipendenti in relazione all’anno 2007 per complessivi 90mila euro.

ammanco di cassa

La sentenza del Tribunale – Perché la condanna al risarcimento?

Il Tribunale accoglieva parzialmente la richiesta del lavoratore, riconoscendogli il diritto al pagamento delle differenze retributive, ma lo obbligava a risarcire il notaio per il danno arrecato. La cifra che gli spettava? Poco più di 14mila euro (26mila euro di spettanza meno i poco più di 11mila euro di ristoro economico riconosciuti al notaio).

La Corte d’Appello, tuttavia, dava un responso un  diverso. E condannava il dipendente a versare al notaio oltre 90mila euro a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e 30mila euro quale ristoro per il danno all’immagine risentito dal professionista.

Basandosi sulle testimonianze, i giudici di secondo grado hanno verificato come il dipendente maneggiasse il contante e detenesse le chiavi della cassaforte dello studio, si occupasse dei versamenti in banca e della gestione della cassa. Il controllo delle entrate e delle uscite dello studio notarile avveniva periodicamente tra il dipendente e il titolare sulla scorta di un brogliaccio, la cui compilazione e redazione venivano effettuatae unicamente dal lavoratore, il quale poi lo esibiva al notaio per il rendiconto. Peraltro, il dipendente aveva ammesso di non aver effettuato pagamenti per l’anno 2007, apponendo sui modelli F24 un timbro della banca custodito presso lo studio in modo da far figurare il pagamento come avvenuto.

I 90mila euro di ammanco di cassa erano dunque dovuti, nella loro totalità, al comportamento infedele del dipendente. Da qui, la condanna al risarcimento.

notaio

Ammanco di cassa, la pronuncia della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato quanto stabilito dalla Corte d’Appello, confermando il risarcimento dovuto al notaio.

Su questo fronte i Giudici della Cassazione ritengono evidente, come sancito in Appello, “il pregiudizio risentito dal datore di lavoro, anche tenendo in considerazione la posizione personale e sociale del professionista leso, in riferimento sia al profilo oggettivo della violazione commessa, che a quello soggettivo, relativo alla personalità del soggetto e all’incidenza che la condotta illecita, posta in essere dal dipendente, aveva presumibilmente avuto in riferimento al contesto sociale e professionale cui si riferiva, in considerazione dell’importanza e delicatezza del ruolo ricoperto”.

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