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Le buste paga possono essere valide prove del credito retributivo

Se munite di firma, sigla o timbro, le buste paga possono essere valide prove del credito retributivo. L’ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 74/21 del 7 gennaio 2021.

Buste paga e credito retributivo – La vicenda

La vicenda ha per protagonista una lavoratrice, rivoltasi al Tribunale dopo che il curatore fallimentare aveva escluso il suo credito (costituito da Euro 10.244,85 a titolo di t.f.r. e dalle ultime tre mensilità) dallo stato passivo. Ove, per stato passivo, si intende l’atto risultante dall’accertamento del passivo con l’obiettivo di individuare i creditori dell’azienda fallita. Ammettendoli, di fatto, a partecipare alla ripartizione dell’attivo patrimoniale.

La lavoratrice in questione non è stata ammessa tra i creditori. Il motivo? La mancata firma delle buste paga prodotte, in violazione dell’art. 1 l. n. 4/1953. La Corte di Cassazione ha ora confermato la sentenza, respingendo il ricorso. Le buste paga, in assenza di firma e di data certa, sono infatti inopponibili al curatore fallimentare. L’inopponibilità, nello specifico, riguarda la data della scrittura prodotta ma non il negozio: “sicché, esso e la sua stipulazione in data anteriore al fallimento possono essere oggetto di prova, prescindendo dal documento, con tutti gli altri mezzi consentiti dall’ordinamento, salve le limitazioni derivanti dalla natura e dall’oggetto del negozio stesso” (come stabilito dalla Cassazione).

La sentenza ha dunque ribadito come le buste paga, per essere considerate credito retributivo, devono essere datate e firmate (oppure dotate di sigla o timbro). In caso contrario, non sono ammissibili.

Che cos’è il credito retributivo?

Il credito retributivo, o credito da lavoro, è la somma delle retribuzioni maturate dal lavoratore in mesi o anni di lavoro che il datore di lavoro non gli ha corrisposto. A protezione dei lavoratori, nel 1982 è stato istituito un fondo di garanzia che indennizza le ultime tre mensilità, il t.f.r. (trattamento di fine rapporto) e la mancanta previdenza in caso di insolvenza da parte del datore di lavoro.

La domanda per riscuotere il proprio credito retributivo deve essere avanzata all’Inps in caso l’azienda incorra in un fallimento, una liquidazione coatta amministrativa, un’amministrazione straordinaria o un concordato preventivo.

credito da lavoro

Buste paga, cosa dice la Legge

Secondo quanto stabilito dalla Legge, il datore di lavoro è tenuto a consegnare ai lavoratori dipendenti le buste paga (e dunque i prospetti riportanti tutti gli estremi della retribuzione). Se anche il dipendente dovesse firmarle “per ricevuta”, tale sigla confermerebbe solo la ricezione della busta paga. Non certificherebbe dunque l’avvenuto pagamento. Se però oltre alla busta paga il lavoratore firma la quietanza dell’avvenuto pagamento, e la cifra contenuta su tale quietanza non corrisponde a quanto effettivamente accreditato dal datore di lavoro, è sul lavoratore stesso che grava l’onere della non corrispondenza.

Il lavoratore non è dunque obbligato a firmare la busta paga. Lo è invece il datore di lavoro. Lo stabilisce la Legge. L’art. 1 della legge n.4/1953 stabilisce infatti che la busta paga contenga “il nome, cognome e qualifica professionale del lavoratore, il periodo cui la retribuzione si riferisce, gli assegni familiari e tutti gli altri elementi che, comunque, compongono detta retribuzione, nonché, distintamente, le singole trattenute. Tale prospetto paga deve portare la firma, sigla o timbro del datore di lavoro o di chi ne fa le veci”.

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