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Quando è configurabile la clausola risolutiva espressa nel mutuo?

“Per la configurabilità della clausola risolutiva espressa, le parti devono aver previsto la risoluzione di diritto del contratto per effetto dell’inadempimento di una o più obbligazioni specificatamente determinate nel contratto o in altro atto o documento
ai quali abbiano fatto espresso riferimento”. Questo quanto dichiarato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.22725 depositata l’11 agosto scorso.

Ma cosa significa la sentenza? E cos’è la clausola risolutiva espressa?

Cos’è la clausola risolutiva espressa

Nel diritto, la clausola risolutiva espressa è lo strumento con cui le due parti di un contratto convengono espressamente che tale contratto si risolva se una specifica obbligazione non viene eseguita come stabilito. In sostanza, un contratto viene considerato risolto se si verifica un avvenimento specificatamente previsto (indipendentemente da che sia grave o meno). Tuttavia, la risoluzione non è immediata: il creditore deve espressamente manifestare la volontà di appellarsi alla clausola risolutiva espressa. Ad esempio, nei contratti d’affitto, viene spesso inserita la clausola risolutiva espressa nel caso in cui l’inquilino non paghi il canone d’affitto entro le scadenze pattuite.

Clausola risolutiva espressa e contratto di mutuo – La vicenda

La vicenda ha per protagonista l’INPS, che si rivolgeva al Tribunale di Napoli per chiedere che fosse dichiarato nullo il contratto di mutuo stipulato con M.R. appellandosi alla clausola risolutiva espressa. Nel contratto, infatti, le parti avevano convenuto di risolvere il contratto nel caso in cui il mutuatario avesse reso dichiarazioni non veritiere. Una circostanza poi verificatasi, dato che M.R. aveva dichiarato di non possedere altri immobili.

In primo grado la richiesta veniva accolta, ma la Corte d’Appello ribaltava la sentenza ritenendo generica la clausola risolutiva espressa inserita nel contratto. Da qui, la decisione dell’INPS di ricorrere alla Corte di Cassazione. Il ricorso è fondato. Già in passato la Suprema Corte aveva specificato che, per la configurabilità della clausola risolutiva espressa, le parti devono aver “previsto la risoluzione del contratto per effetto dell’inadempimento di una o più obbligazioni specificatamente determinate, costituendo una clausola di stile quella redatta con generico riferimento alla violazione di tutte le obbligazioni contenute nel contratto” (per “clausola di stile” si intende l’espressione utilizzata in alcuni atti per colmare eventuali omissioni, in realtà prive di significato giuridico per via della loro genericità ed indeterminatezza).

Nella fattispecie, il contratto poteva essere risolto qualora il mutuo fosse stato concesso sulla base di dichiarazioni non veritiere e/o omissive e/o nel caso di mancato rispetto di quanto previsto nella domanda di concessione. Come effettivamente è stato .

Già nel 1997, del resto, la Corte di Cassazione lo aveva specificato: “La stipulazione di una clausola risolutiva espressa non significa che il contratto possa essere risolto solo nei casi espressamente previsti dalle parti poiché rimane fermo il principio per cui ogni inadempimento di non scarsa rilevanza può giustificare la risoluzione del contratto; per i casi previsti dalle parti nella clausola risolutiva espressa, però, la gravità dell’inadempimento non deve essere valutata dal giudice”.

Ecco dunque che il ricorso appare fondato, e che la decisione finale veniva rimandata alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

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