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Condotte vessatorie: rappresentano un caso di mobbing sul lavoro?

 

Semplici condotte vessatorie possono costituire un caso di mobbing sul lavoro?

Il sussistere di condotte vessatorie sul luogo di lavoro ai danni di una lavoratrice equivale a comportamenti destinati ad opprimere coscientemente l’altrui persona, integrando di per sé un «palese coefficiente intenzionale».

(Corte Idi Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 18808/19; depositata il 12 luglio)

Mobbing sul lavoro: come riconoscerlo? Il caso

Il tema di condotte vessatorie e quando questo comporta un caso di mobbing sul lavoro esposto dallo studio legale acp di Palermo

A seguito di una denuncia di mobbing sul lavoro da parte di una lavoratrice, la Corte d’Appello di Milano, riformando parzialmente la pronuncia del Tribunale di Sondrio, accoglie l’impugnativa di licenziamento della donna e la domanda di risarcimento danni causati da comportamenti persecutori sul posto di lavoro.

A tale suddetta pronuncia, ne consegue il ricorso in Cassazione da parte del Comune presso cui la lavoratrice denuncia di aver subito i comportamenti citati. Tra i diversi motivi della contestazione, l’ente sostiene l’erronea valutazione del Giudice nel ritenere le condotte riconducibili a un caso di mobbing, sostenendo che era stata la stessa lavoratrice ad alimentare il clima interno al luogo di lavoro e al dato per cui non può sussistere la presenza di un conflitto nel Comune.

 

Mobbing sul posto di lavoro: cosa stabilisce la legge? Sentenza Cassazione

Lo studio legale acp spiega quando i comportamenti vessatori costituiscono un caso di mobbing sul lavoro

La Corte di Cassazione, tralascia i motivi di ricorso descritti riguardo al caso suddetto di denuncia di mobbing sul posto di lavoro e riferendosi all’art. 2087 c.c, sostiene che a configurare il danno scaturito dai comportamenti tenuti dal datore di lavoro non sarebbe necessario la volontà cosciente, ma una serie di condotte vessatorie desumibili dalla documentazione prodotta in causa.

Il riconoscimento di comportamenti “vessatori” implica, dunque, azioni di condotte volte ad opprimere deliberatamente l’altrui persona, integrando di per sé un “palese coefficiente intenzionale”.

Nel caso di specie del conflitto reciproco, anche in presenza di atteggiamenti ostili da parte del lavoratore, il datore di lavoro non è legittimato a tenere comportamenti vessatori. Ciò che gli è consentito è di esercitare i suoi poteri direzionali e disciplinari nei limiti previsti dalla legge e rispettosi del canone generale di continenza.

Per tali motivi, la Suprema Corte non accoglie il ricorso.

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