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Confermato il risarcimento danni per ingiuria in favore di una donna additata come “pappona” nel corso di due trasmissioni di un programma televisivo satirico. Innegabile il carattere offensivo del termine e i danni arrecati alla donna.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 23980/19; depositata il 26 settembre)

Risarcimento danni per offesa: in quali casi spetta? La vicenda

Diritto al risarcimento danni per ingiuria? Risponde lo studio legale acp

Al centro della vicenda due trasmissioni di un programma televisivo satirico coinvolto in un processo per risarcimento danni per offesa. Nel corso delle trasmissioni una giornalista è stata definita “pappona”. Inevitabile il ricorso giudiziario: accusa per la società che realizza il programma di «reato di diffamazione».

Prima in Tribunale e poi in appello i Giudici ritengono evidente che la donna sia stata «vittima di diffamazione» e affermano il diritto a un «risarcimento»: la parte lesa ha chiesto 300mila euro che i giudici le hanno riconosciuto.

I giudici di secondo grado respingono la linea difensiva che mira a catalogare gli episodi come puro esercizio del «diritto di satira». Tale ipotesi non sussiste in quanto «l’impiego di espressioni gratuite e volgari (“pappona”), non necessarie al contesto polemico-satirico in cui erano usate, si è tradotta in una forma di inaccettabile dileggio».

Risarcimento danni per ingiuria: qual è la differenza tra ironia e offesa?

Lo studio acp parla del diritto al risarcimento danni per ingiuria

 

Secondo i Giudici della Corte d’Appello vi è una «enorme differenza tra ironia e insulto libero». Nel caso di specie e additare una donna come “pappona” non ha nulla di ironico e ha diritto a un risarcimento danni per ingiuria.

La Cassazione, conferma tale posizione che rileva che la società non sia stata in grado di provare che «l’espressione» incriminata «si collocasse in un contesto di inverosimiglianza, paradosso o metafora surreale, che valesse a sminuirne l’oggettiva portata offensiva».

Confermata anche la cifra del risarcimento stabilita in appello: per i Giudici della Cassazione la parte offesa ha dimostrato la «grave nocumento arrecatole dalla vicenda per essere stata esposta al pubblico ludibrio» e «per essere stata presentata come portatrice di una doppia morale, con conseguente imbarazzo tra i colleghi di lavoro che avevano manifestato stupore e chiesto chiarimenti».

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