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Omessa diagnosi malformazione feto alla donna incinta: responsabilità accertata dal medico e risarcimento possibile.
Una volta concluso il parto, la bambina appena nata ha presentato malformazioni dovute ad una infezione. Sotto accusa il medico per non aver comunicato in tempo alla donna in gravidanza il sospetto relativo a quella infezione e per non averla sottoposta ad esami più invasivi per accertare la situazione. Si ricorre a un terzo processo in Appello per decidere sui danni subiti dalla donna.
(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 29497/19; depositata il 14 novembre)
 

Omessa malformazione feto: obbligo di risarcire i danni? La vicenda

La delicata vicenda inizia nel lontano 1996 con la nascita della bambina affetta da gravi malformazioni dovute a un’infezione. A finire sotto accusa è il ginecologo che ha seguito la donna durante la gravidanza e non l’ha informata del rischio di malformazione che il feto correva e della possibilità di accertarne anche con strumenti invasivi.
Omessa diagnosi malformazione feto: diritto di risarcimento? Risponde lo studio legale acp
 
Lunghissimo lo strascico giudiziario. La plausibile richiesta di risarcire i danni morali arrecati ai due genitori ha portato per ben due volte in appello la posizione del medico poiché egli aveva l’obbligo di esporre in modo chiaro il pericolo che il feto stava attraversando e le relative possibili conseguenze.
La Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi per una seconda volta, smentendo nuovamente i giudici di secondo grado che hanno escluso la responsabilità del ginecologo per la mancata comunicazione alla donna e al marito del «sospetto» relativo a una infezione contratta dal feto.

Omessa diagnosi malformazione feto: obbligo di informazione? Sentenza della Cassazione

Caso di omessa diagnosi malformazione al feto Spiegato dallo studio legale acp

I Giudici del ‘Palazzaccio’ di fronte all’omessa diagnosi di malformazione del feto ribadiscono che è stata «affermata in astratto la sussistenza dell’obbligo di informazione» da parte del medico, e si è accertato che «il ginecologo non ha adempiuto al proprio obbligo di informazione, impedendo così alla donna di fruire della conoscibilità, già all’epoca sussistente, della situazione del feto» e così «le ha sottratto la libertà di decidere, i suoi diritti inviolabili all’autodeterminazione nel sottoporsi o meno ad indagini e accertamenti citogenetici, ancorché invasivi e rischiosi per il feto amniocentesi, villocentesi, funicolocentesi (eseguibili dalla diciottesima settimana)» per «affrontare una maternità cosciente e responsabile».
Evidente, dunque, la responsabilità del medico. Con un terzo processo in Appello si accerterà se si possa parlare di «danni» subiti dalla donna «per il mancato esercizio del diritto all’interruzione volontaria della gravidanza».

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