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Rifiuta il trasferimento nella nuova sede: illegittimo il licenziamento

La dipendente che rifiuta il trasferimento nella nuova sede non può essere licenziata (o meglio, non può esserlo in presenza di determinate condizioni): a stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28923 del 19 ottobre scorso. Una sentenza, questa, che ha giudicato legittimo il comportamento di una lavotrice che ha rifiutato di prendere servizio quando è stata trasferita.

Dipendente che rifiuta il trasferimento e licenziamento – La vicenda

La vicenda ha per protagonista una dipendente di Poste Italiane, che veniva licenziata a seguito del suo rifiuto a trasferirsi in una nuova sede. Ma andiamo con ordine.

La lavoratrice veniva assunta con un contratto a tempo determinato, il cui termine di durata veniva giudicato illegittimo dal Tribunale. La donna veniva dunque assunta a tempo indeterminato, ma in una sede diversa da quella presso cui aveva prestato servizio (per mancanza di posti disponibili). Poiché per quasi un mese aveva rifiutato di presentarsi al lavoro, Poste Italiane decideva di licenziarla.

Ancora una volta, la donna si rivolgeva al Tribunale. E ancora una volta i Giudici le davano ragione. Questi infatti giudicavano illegittima l’assegnazione ad una nuova sede, ed escludevano l’assenza arbitraria della lavoratrice in quanto, con due missive, la donna aveva comunicato al datore di lavoro il suo rifiuto a prendere in servizio contestando la legittimità del trasferimento (e offrendosi di prendere subito servizio nell’ufficio di provenienza).

Rifiuta il trasferimento nella nuova sede

La decisione della Cassazione

Poste Italiane presentava ricorso in Cassazione, che ribadiva però l’illegittimità del trasferimento e il diritto della lavoratrice a prestare servizio nella sede in cui aveva lavorato a tempo determinato, questo perché:  “l’ottemperanza del datore di lavoro all’ordine giudiziale di riammissione in servizio, a seguito di accertamento della nullità dell’apposizione di un termine al contratto di lavoro, implica il ripristino della posizione di lavoro del dipendente, il cui reinserimento nell’attività lavorativa deve quindi avvenire nel luogo precedente e nelle mansioni originarie“. Questo, a meno che il datore di lavoro non intenda trasferire il lavoratore ad un’altra unità produttiva per dimostrabili ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Il lavoratore ha però il diritto di rifiutare il trasferimento in assenza di ragioni obiettive che lo giustifichino, a patto di agire in buona fede e di essere effettivamente disponibile a prestare servizio presso la sede originaria.

rifiuta il trasferimento

Nella fattispecie, Poste Italiane non aveva riammesso in servizio la lavoratrice nel posto di lavoro originario, e non aveva rispettato le obbligazioni che, nate dagli accordi sindacali sottoscritti nel 2004, obbligano la stessa società – in caso di indisponibilità della sede di provenienza del lavoratore riassunto – ad individuare un posto di lavoro il più prossimo a quello ove era stato svolta la prestazione. Peraltro, la lavoratrice non si era limitata ad inviare certificati di malattia per giustificare l’assenza nel posto di destinazione assegnato ma ha contestato sin dal principio la validità dell’atto di trasferimento offrendo la disponibilità ad effettuare la prestazione di lavoro presso la sede di provenienza.

Ecco dunque che, la vicenda, si è conclusa con la vittoria della dipendente.

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