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Virus dal pc aziendale: il datore di lavoro è autorizzato a controllare

In caso di virus dal pc aziendale, il controllo da parte del datore di lavoro è consentito. Quest’ultimo ha infatti il diritto di effettuare le dovute verifiche se sospetta un illecito, a patto che vi sia un corretto bilanciamento tra la necessità di protezione dei beni aziendali e della libertà d’iniziativa economica, da un parte,  con la tutela della dignità e della privacy del lavoratore, dall’altra. A dirlo è la Cassazione, con la recente sentenza n.25732 del 22 settembre scorso.

Virus dal pc aziendale e controllo – La vicenda

La vicenda ha per protagonista una lavoratrice, licenziata per giusta causa dalla Fondazione presso cui prestava servizio. Il motivo?

Un virus proveniente dal pc aziendale in sua dotazione. A seguito della diffusione di un virus sulla rete della Fondazione, l’amministratore del sistema informatico era entrato nel pc della donna trovando tra i download un file scaricato, responsabile della propagazione del virus. Virus, questo, che aveva causato parecchi danni rendendo illeggibili e dunque inutilizzabili i dischi di rete.

Durante le operazioni di controllo svolte sul pc della lavoratrice, veniva notato l’accesso a numerosi siti extra lavorativi per tempi prolungati. Da qui, la decisione di lincenziarla: non tanto per aver causato la diffusione del virus dal pc aziendale, ma perché la frequentazione di quei siti aveva più volte e a lungo interrotto il suo lavoro.

Virus dal pc aziendale

Il Tribunale e la Corte d’Appello confermavano il licenziamento,  ritenendo che il controllo effettuato dal datore di lavoro fosse lecito, e non violasse l’Articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori: “Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive (…) Le informazioni raccolte sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo”. 

La donna si rivolgeva dunque alla Cassazione.

La decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha, per un verso,  confermato la legittimità dei controlli tecnologici da parte del datore di lavoro al fine di evitare comportamenti illeciti dei propri dipendenti; e ciò per garantire l’esigenza di protezione di beni e/o interessi aziendali, correlata alla libertà di iniziativa economica. Tuttavia, rispetto alle imprescindibili tutele della dignità e della riservatezza del lavoratore, e al fatto che il controllo debba riguardare dati acquisiti successivamente all’insorgere del sospetto, dava ragione alla lavoratrice accogliendo il suo ricorso e rimandando la questione alla Corte d’Appello. Questo perché, il controllo operato al datore di lavoro in quello specifico caso, era mirato esclusivamente all’accertamento di un dato illecito. E non poteva avere per oggetto la mera prestazione lavorativa della donna, né la sua attività svolta prima del presunto atto illecito.

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